Naturale, organico o bio?

Naturale, organico o bio?

Ecologico, biologico, sostenibile. È il cosmetico del prossimo futuro. Che dovrà rispettare le ‘ragioni’ della pelle, un organo con equilibri specifici e scopi precisi. È dotata infatti di una forma di ‘intelligenza’ che segue persegue l’omeostasi: la tendenza a mantenere costanti le caratteristiche chimiche e fisiche. Di fronte a un’aggressione esterna, mette in moto i meccanismi necessari per riportarsi in una situazione di armonia. È importante, quindi, rispettare la sua fisiologia per non alterarne le funzioni.  

Nei desiderata dei consumatori odierni c’è anche il rispetto delle istanze dell’ambiente. Un consumatore su due si aspetta confezioni 100% biodegradabili o riciclabili e a uno su tre piacerebbe disporre di confezioni con dosatore, in grado di preservare il contenuto dagli agenti esterni ed evitare sprechi. Il rispetto ambientale si coniuga con quello del risparmio economico, con la ricerca di prodotti senza confezioni, monodose o alla spina


La cosmesi green è tuttavia un mondo molto variegato e spesso complesso da dirimere, per la presenza di svariate scuole e filosofie, la mancanza di armonizzazione della terminologia usata, l’amalgama tra prodotti naturali, biologici e di qualità e, infine, all’assenza di un quadro legislativo in grado di ricondurre a unità la sua offerta multiforme.

Dalla natura arrivano anche sostanze che la pelle non tollera o la cui estrazione inquina. Come, per converso, esiste una chimica amica che permette di realizzare prodotti ipoallergenici e biodegradabili.

Come orientarsi? Per ovviare a tale confusione, sono nate in Europa alcune ‘etichette ecologiche’. La certificazione di organismi riconosciuti a livello nazionale o internazionale può essere una valida garanzia. Una produzione certificata secondo uno specifico standard o disciplinare fa sì che una generica asserzione di biologico o naturale corrisponda davvero a un’effettiva caratteristica d’ingredienti e prodotti (non solo quindi a un’autoreferenziale rivendicazione di marketing). 


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Nella selva dei disciplinari, sono due i più recenti.

Il primo è Cosmos (Cosmetic Organic Standard), che raggruppa associazioni di produttori di cosmesi naturale e biologica e i principali Enti di certificazione del biologico europei: la francese Ecocert, l’italiana ICEA, la britannica Soil Association, la belga Ecogarantie.

Cosmos distingue due livelli di certificazione. Il ‘naturale’, prevede che la maggior parte del prodotto (98%) sia di origine naturale, lasciando la componente petrolchimica, a esclusione dei conservanti ammessi, limitata al restante 2%. Il ‘biologico’, invece, disciplina che il 95% degli ingredienti agricoli sottoposti a processi fisici deve essere biologico.

Invece NaTrue, che nasce da organismi certificatori nazionali come l’italiano CCPB, lo svizzero BioInspecta e il tedesco EcoControl, pare più restrittivo di Cosmos, a partire dalla suddivisione degli ingredienti. Dirime infatti sostanze naturali, ossia che non sono sottoposte a trattamenti chimici, sostanze natural-identiche, cioè manipolate con semplici e stabiliti metodi di trasformazione, infine sostanze natural-simili, ossia molecole reperibili in natura ma modificate con trattamenti chimici. Tra queste, pigmenti minerali e conservanti trasformati, mentre l’acqua non è considerata nel calcolo della percentuale di ingredienti biologici.


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Data questa suddivisione degli ingredienti, il disciplinare di NaTrue distingue tre classi di cosmetici, connotate da un numero diverso di ‘stellette’.

Una stella: cosmetico naturale. Deve rispettare l’elenco di ingredienti e dei metodi per la lavorazione ammessi, come pure i limiti del contenuto minimo di sostanze naturali e quello massimo di sostanze ‘natural-simili’, quindi modificate chimicamente.

Due stelle: cosmetico naturale con componenti biologiche. In questo caso si alzano i livelli minimi di sostanze naturali non trasformate, delle quali il 70% deve provenire da agricoltura biologica o raccolta spontanea certificata.

Tre stelle: cosmetici biologici. Si tratta di una classe altamente restrittiva in cui incrementano ulteriormente le percentuali minime d’ingredienti naturali non trasformati, di cui il 95% per cento dev’essere biologico.


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Per i cosmetici che non aderiscono a nessuno standard, il termine ‘naturale’ non ha in pratica alcun significato. La legge sui cosmetici infatti non norma alcuna regola in merito, quindi, di fatto, è possibile dichiarare in etichetta ‘detergente naturale’, nonostante il prodotto contenga solo lo 0,5% d’ingrediente vegetale.

In fatto di sicurezza, invece, tutti i cosmetici (naturali, biologici e non) devono sottostare alle norme in campo, quindi non essere dannosi per la persona. Più che di sicurezza, dunque, si potrebbe discutere d’efficacia. Comunque, la presenza d’ingredienti naturali o biologici non è di per sé una garanzia di bontà del prodotto. Ciò che conta è, piuttosto, l’assenza di sostanze poco compatibili con la pelle, specialmente se ipersensibile, come i derivati del petrolio, tensioattivi aggressivi, potenti conservanti.

Ma è davvero possibile fare senza conservanti? Se consideriamo che l’ingrediente maggiormente presente nella gran parte dei cosmetici è l’acqua e che i microrganismi vivono solo in presenza d’acqua, la risposta è subito deducibile. Persino i cosmetici anidri, come stick per labbra o rossetti, hanno bisogno di essere conservati per evitare, in caso si formasse umidità di superficie, una contaminazione microbica.

Perché i conservanti preoccupano? Eliminati dal mercato sostanze utilizzate in passato che si sono rivelate mutageno o cancerogene, sono comunque spesso sono responsabili di reazioni allergiche o sensibilizzazioni. Quel che conta di più è la dose cumulativa, sommando cosmetici e alimenti. È il caso dei parabeni (in totale sei sostanze, Etil, Metil, Butil, Propil, Isobutil, Isopropil Paraben), conservanti efficaci ed economici per l’industria usati moltissimo in campo alimentare (nei cibi a lunga conservazione) e in alcuni farmaci (antibiotici, sciroppi per la tosse, spray, colluttori, gocce per orecchie e naso).

Ecco che, quando duplica la possibilità di contatto (orale e cutaneo) oppure si prolunga il tempo di contatto con la pelle (o la mucosa intestinale), maggiore è il rischio che i parabeni inducano un'allergia soprattutto nei soggetti già sensibilizzati. 


Nel febbraio del 2015 una modifica del Regolamento Europeo dei cosmetici ha posto dei limiti più restrittivi all'utilizzo del butilparabene e propilparabene come conservanti nei prodotti cosmetici anche in Italia, la cui somma delle concentrazioni non deve superare lo 0,14%, lasciando invariato allo 0,8% il limite massimo della concentrazione totale di tutti i parabeni. 

Per ovviare all’utilizzo massiccio di conservanti classici o per ridurne il dosaggio, sta prendendo piede una nuova classe di sostanze, i ‘conservanti non conservanti’, che permettono l’uso del claim preservative free. Si tratta di una dicitura un po’ fuorviante, in quanto il cosmetico contiene conservanti, ma che non rientrano negli allegati di legge.

Qualche esempio? Caprylyl glycol, phenethyl alcohol ethylhexylglycerine (nomi INCI), che potenziano l’efficacia antimicrobica di altri conservanti con i quali sono miscelati.


L’alternativa naturale: gli oli essenziali, estratti da piante e parti di esse sono complesse miscele alcune delle quali con una spiccata attività antimicrobica, in quanto sono sintetizzati dalle piante anche con lo scopo di proteggerle da microrganismi e insetti. Tra gli oli essenziali più efficaci, rosmarino, timo, lavanda, eucalipto, alloro, salvia, tea tree.

Tuttavia non sono a rischio zero: aumentano la sensibilità cutanea ai raggi ultravioletti, creando sensibilizzazioni, e possono penetrare nella cute e arrivare in tracce a livello renale. 



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